Nucleare: una tassa nascosta

Questa volta il ministro Tremonti non si è lasciato convincere e ha messo le mani avanti. Il tentativo di far  ricadere il peso del vecchio e nuovo nucleare sulle spalle degli italiani con una nuova tassa “occulta” sta avendo vita difficile.  Martedì  9 giugno i deputati di maggioranza della Camera si sono trovati sugli  scranni una sgradita sorpresa: un documento del ministro dell’Economia Tremonti indirizzato al suo collega dello Sviluppo, Scajola, nel quale metteva sotto schiaffo il testo del Ddl Sviluppo, approvato il 10 maggio scorso dalla Camera e rinviato all’Assemblea di Montecitorio per una ulteriore approvazione viste le modifiche che erano state introdotte dal Senato. In particolare il testo dovrebbe essere, secondo Tremonti, assolutamente modificato attraverso 18 emendamenti tra i quali ben quattro soppressivi di altrettanti interi articoli ricostruiti, per il Senato, dal ministro Scajola. In testa a questo ripensamento figura una delle norme che riguardano il futuro finanziamento delle nuove centrali nucleari con una specie di tassa occulta inserita nelle pieghe delle norme introdotte dai senatori della maggioranza. Si tratta di  dirottare sulla spalle dei cittadini, attraverso le bollette elettriche, gli incentivi previsti per i comuni che accetteranno la costruzione di nuovi impianti nucleari sui loro territori attraverso un  prelievo dello Stato  dei denari  che sono stati calcolati necessari per lo smaltimento del vecchio nucleare, impianti e rifiuti radioattivi compresi. Questa voce pesa nella bolletta elettrica alla voce “oneri generali” al cui interno lo smaltimento  consiste in un 22% della voce (che, a sua v olta, ha un impatto pari  al 7,3% del totale). L’operazione è già stata messa in atto nel 2008 (in previsione che il ddl sarebbe stato approvato a occhi chiusi):  su 500 milioni di euro previsti in bolletta elettrica per lo smaltimento rifiuti, 100 sono stati prelevati dallo Stato. Ne risulterebbe, se il passaggio diventasse definitivo, che  tutti i cittadini italiani sarebbero chiamati a sostenere i vantaggi economici dei pochi che  accetteranno nel loro comune la costruzione di una centrale. Il gioco si è incagliato di colpo, nonostante l’abilissima manovra messa in atto con la solita furbizia bizantina italiana. Questa materia era stata introdotta con il decreto 1195 collegato alla cosiddetta Finanziaria  d’estate 2008  che ha dato poi vita al ddl Sviluppo. Un gioco delle tre carte nel quale all’interno del decreto si celavano tre articoli dedicati al nucleare ( articolo 25 dal titolo “Delega al Governo in materia di nucleare”; articolo 26 “Energia Nucleare”; e articolo 29 “Agenzia per la sicurezza nucleare”). Articoli che avrebbero richiesto una vera e propria Legge, ma inseriti invece nel decreto accanto al cosiddetto “Bollo virtuale” ( articolo 20) e “Limitazioni ai servizi ferroviari passeggeri in ambito nazionale” (articolo 59). I diavoletti fanno le pentole, ma dimenticano i coperchi.

Rinnovabili e nucleare

Nei prossimi dieci anni la crescita in Italia delle fonti energetiche rinnovabili  dovrà mantenere il ritmo attuale anche solo per avvicinarsi ai traguardi previsti dall’Unione Europea. Ma questo trand  dovrà anche scontare una adesione convinta all’inevitabile, e sottinteso  sforzo economico necessario. Si tratta di accettare l’equilibrio tra costi e benefici da calcolarsi nella scelta delle rinnovabili. Il costo finale del chilowattora prodotto (sia pure differenziato tra eolico, fotovoltaico e altre tecnologie energetiche) sarà comunque notevole con investimenti  calcolabili in qualche decina di miliardi di Euro. Questo scenario è stato tracciato da Andrea Bollino, presidente del GSE (Gestore  servizi Elettrici, la società che dal 2005 si concentra sulla promozione e incentivazione di elettricità da fonti rinnovabili) durante una sezione del Corso di Formazione per collaboratori e consulenti dei Parlamentari (organizzato dalla Rivista Iter Legis e dalla società Risl )  che ha avuto inizio il 12 aprile scorso e che si concluderà  il 28 maggio. Nel suo intervento il professor Bollino ha anche ricordato che per il sistema elettrico italiano sarà comunque necessario accompagnare la crescita delle fonti rinnovabili ad una diversificazione più incisiva all’interno di quelle tradizionali (olio, gas metano e carbone) con il ricorso al nucleare. Anche in questo caso sarà necessario un severo  e convinto programma finanziario che superi la tendenza italiana a grandi progetti costruiti soltanto attorno ad annunci dai risultati scarsi. Per Bollino il nucleare, all’interno del sistema termoelettrico dovrà rappresentare nel prossimo futuro il 25% delle produzione di chilowattora. Il che significa, anche solo alla luce dell’attuale potenza elettrica delle centrali tradizionali, una crescita di oltre 17.000  megawatt  da atomo. Vale a dire nuove centrali nucleari che oscillano tra le 9 e le 10 unità. Si tratta di un impegno finanziario enorme che si accompagna a una serie di decisioni (siti, depositi scorie, legislazione) che dovrebbero prevedere progetti ben definiti e non soltanto lanci di ipotesi come sta accadendo ormai da un anno.

L’Italia sotto ricatto

Ci sono voluti quasi trent’anni per raggiungere una comune consapevolezza sia tra politici che cittadini: l’Italia energetica è ormai sotto ricatto. E lo è su tutto il fronte degli approvvigionamenti energetici.Un aumento improvviso e duraturo del prezzo del petrolio fa intravedere, a ripetizione, il conto salato che ogni italiano deve pagare in più per mantenere la sua mobilità..

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Piano Energetico Nazionale

Il Pen del 1981 era un buon piano che si basava su quattro scelte di fonti energetiche necessarie ad un Paese industrializzato in piena espansione come era l’Italia di allora:

  1. rilancio del nucleare entrato in crisi negli anni settanta

  2. utilizzo massiccio del carbone al posto dell’olio combustibile

  3. ricorso moderato al metano, come fonte pulita, nel sostituire l’olio nelle centrali elettriche

  4. apertura alle fonti cosiddette rinnovabili come sole e vento

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