22.ott.2009 at 22 | Be the first to comments
Ai tempi politici per il rilancio del nucleare si è aggiunto, nelle ultime settimane, un altro ostacolo: il sogno faraonico di Silvio Berlusconi per il ponte sullo stretto di Messina. Prima della scelta dei siti per le nuove ventrali alimentale dall’uranio, previste subito dopo le consultazioni regionali della prossima primavera, dovrebbe partire il ponte, regalo di Natale ai siciliani come un grande panettone ricco di lavoro e investimenti per far dimenticare l’alluvione che ha sommerso i paesi del circondario Messinese. Per capire l’assurdità di quanto si sta annunciando occorre ripensare ad alcuni dati. Il peso in investimenti per il ponte di Messina era stato stimato nel 2004 attorno ai quattro miliardi di euro. La cifra era stata ritoccata nel 2007 e portata a sei miliardi di euro. Ora non si è avuto la sfacciataggine di fare nuovi conteggi per non dover ammettere che il costo finale sarà decisamente ancora più alto.. Sono invece diventasti semi-pubblici quelli messi in campo  dalla francese Edf come previsione per le quattro centrali nucleari da costruire in Italia in accordo con l’Enel. E sono cifre da capogiro. I 4 impianti previsti (pochi e in pratica inefficienti per rendere l’Italia indipendente sul fronte dell’energia elettrica) costeranno circa 18 miliardi di euro. Diventeranno ancora di più  se il governo non riuscirà a superare, in tempi brevi, lo scoglio della scelta dei siti dove collocarle. Un percorso che si è gia scontrato con il muro di un “no” deciso da aprte di ben 15 regioni con in testa Sardegna e Molise. Si preannuncia l’ennesima donchisciottesca lotta con i mulini a vento.
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7.ott.2009 at 7 | Be the first to comments
Non basta rilanciare a parole il nucleare civile italiano. Occorrerebbe aver prima affrontato i problemi di fondo. Uno di questi, e forse il più importante per dare il via ai nuovi impianti, è il costo dell’intero progetto (quattro centrali che dovrebbero entrare in funzione progressivamente a partire dal 2012).  Questa volta a mettere il dito nella piaga sono i partner più accreditati dell’italiana Enel, i francesi di Edf.  Senza mezze parole i soci francesi hanno sottolineato che per rendere realizzabili i progetti, compresi i loro, stanno studiando la possibilità di fissare, per i futuro mercato elettrico-nucleare,  un sistema fisso di tariffe, vale a dire di impronta amministrativa pubblica, in modo da far rientrare in un ampio arco di tempo il peso del finanziamento iniziale. Il nuovo sistema tariffario, avulso dalla tanto decantata liberalizzazione del chilowattora elettrico, dovrebbe prender il via con la loro la centrale elettronucleare di Flamanville  a cui si rifaranno le 4  futuribili centrali italiane. I francesi hanno calcolato che ogni impianto assorbirà , come  già sta assorbendo quello in avanzata fase di costruzione in Normandia, non  meno di 4,5 miliardi di euro. Un impegno iniziale il cui ritorno non potrà essere immediato e quindi, essendo diluito nel tempo, dovrà assicurare un rientro dei capitali privati e pubblici utilizzati in un ampio arco di tempo. Un periodo  che  gli uomini di Edf ritengono paragonabile a quello in uso per i contratti ventennali  applicati nelle importazioni di metano, legate, oltre che alla fornitura del gas, anche all’ammortamento della struttura di trasporto, i costosi metanodotti, finanziati  da chi importa. Ecco allora spiegata la strana notizia apparsa in sordina ai primi di giugno (si  veda il  mio articolo:” Nucleare:e un tassa nascosta”) che riportava una proposta analoga bloccata da ministro Tremonti e avanzata dal suo collega Scajola, quella appunto di splittare all’interno della bollette elettriche italiane, una volta riavviato il nucleare, i costi sostenuti. Una vecchia manovra che è già in atto da tempo da quando, cioè, si era cancellato il nucleare italiano e si era infilato nelle bollette dei consumatori (industriali e privati) gli extra costi affrontati dall’Enel per la chiusura, imposta per legge, degli impianti elettrici alimentati dall’atomo. Questa volta non si tratterebbe di appesantire la bolletta di extra costi, ma di caricarla subito sulle spalle dei consumatori, altrimenti l’intero piano  per il “nuovo nucleare” non farà neppure il primo passo. Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. In questo caso a lasciarci lo zampino non sarà il Governo, ma tutti noi, con buona pace del “fare” tanto decantato da Palazzo Chigi
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11.giu.2009 at 11 | 1 Comment
Questa volta il ministro Tremonti non si è lasciato convincere e ha messo le mani avanti. Il tentativo di far  ricadere il peso del vecchio e nuovo nucleare sulle spalle degli italiani con una nuova tassa “occulta” sta avendo vita difficile.  Martedì  9 giugno i deputati di maggioranza della Camera si sono trovati sugli  scranni una sgradita sorpresa: un documento del ministro dell’Economia Tremonti indirizzato al suo collega dello Sviluppo, Scajola, nel quale metteva sotto schiaffo il testo del Ddl Sviluppo, approvato il 10 maggio scorso dalla Camera e rinviato all’Assemblea di Montecitorio per una ulteriore approvazione viste le modifiche che erano state introdotte dal Senato. In particolare il testo dovrebbe essere, secondo Tremonti, assolutamente modificato attraverso 18 emendamenti tra i quali ben quattro soppressivi di altrettanti interi articoli ricostruiti, per il Senato, dal ministro Scajola. In testa a questo ripensamento figura una delle norme che riguardano il futuro finanziamento delle nuove centrali nucleari con una specie di tassa occulta inserita nelle pieghe delle norme introdotte dai senatori della maggioranza. Si tratta di  dirottare sulla spalle dei cittadini, attraverso le bollette elettriche, gli incentivi previsti per i comuni che accetteranno la costruzione di nuovi impianti nucleari sui loro territori attraverso un  prelievo dello Stato  dei denari  che sono stati calcolati necessari per lo smaltimento del vecchio nucleare, impianti e rifiuti radioattivi compresi. Questa voce pesa nella bolletta elettrica alla voce “oneri generali” al cui interno lo smaltimento  consiste in un 22% della voce (che, a sua v olta, ha un impatto pari  al 7,3% del totale). L’operazione è già stata messa in atto nel 2008 (in previsione che il ddl sarebbe stato approvato a occhi chiusi):  su 500 milioni di euro previsti in bolletta elettrica per lo smaltimento rifiuti, 100 sono stati prelevati dallo Stato. Ne risulterebbe, se il passaggio diventasse definitivo, che  tutti i cittadini italiani sarebbero chiamati a sostenere i vantaggi economici dei pochi che  accetteranno nel loro comune la costruzione di una centrale. Il gioco si è incagliato di colpo, nonostante l’abilissima manovra messa in atto con la solita furbizia bizantina italiana. Questa materia era stata introdotta con il decreto 1195 collegato alla cosiddetta Finanziaria  d’estate 2008  che ha dato poi vita al ddl Sviluppo. Un gioco delle tre carte nel quale all’interno del decreto si celavano tre articoli dedicati al nucleare ( articolo 25 dal titolo “Delega al Governo in materia di nucleare”; articolo 26 “Energia Nucleare”; e articolo 29 “Agenzia per la sicurezza nucleare”). Articoli che avrebbero richiesto una vera e propria Legge, ma inseriti invece nel decreto accanto al cosiddetto “Bollo virtuale” ( articolo 20) e “Limitazioni ai servizi ferroviari passeggeri in ambito nazionale” (articolo 59). I diavoletti fanno le pentole, ma dimenticano i coperchi.
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17.mag.2009 at 17 | Be the first to comments
Nei prossimi dieci anni la crescita in Italia delle fonti energetiche rinnovabili  dovrà mantenere il ritmo attuale anche solo per avvicinarsi ai traguardi previsti dall’Unione Europea. Ma questo trand  dovrà anche scontare una adesione convinta all’inevitabile, e sottinteso  sforzo economico necessario. Si tratta di accettare l’equilibrio tra costi e benefici da calcolarsi nella scelta delle rinnovabili. Il costo finale del chilowattora prodotto (sia pure differenziato tra eolico, fotovoltaico e altre tecnologie energetiche) sarà comunque notevole con investimenti  calcolabili in qualche decina di miliardi di Euro. Questo scenario è stato tracciato da Andrea Bollino, presidente del GSE (Gestore  servizi Elettrici, la società che dal 2005 si concentra sulla promozione e incentivazione di elettricità da fonti rinnovabili) durante una sezione del Corso di Formazione per collaboratori e consulenti dei Parlamentari (organizzato dalla Rivista Iter Legis e dalla società Risl )  che ha avuto inizio il 12 aprile scorso e che si concluderà  il 28 maggio. Nel suo intervento il professor Bollino ha anche ricordato che per il sistema elettrico italiano sarà comunque necessario accompagnare la crescita delle fonti rinnovabili ad una diversificazione più incisiva all’interno di quelle tradizionali (olio, gas metano e carbone) con il ricorso al nucleare. Anche in questo caso sarà necessario un severo  e convinto programma finanziario che superi la tendenza italiana a grandi progetti costruiti soltanto attorno ad annunci dai risultati scarsi. Per Bollino il nucleare, all’interno del sistema termoelettrico dovrà rappresentare nel prossimo futuro il 25% delle produzione di chilowattora. Il che significa, anche solo alla luce dell’attuale potenza elettrica delle centrali tradizionali, una crescita di oltre 17.000  megawatt  da atomo. Vale a dire nuove centrali nucleari che oscillano tra le 9 e le 10 unità . Si tratta di un impegno finanziario enorme che si accompagna a una serie di decisioni (siti, depositi scorie, legislazione) che dovrebbero prevedere progetti ben definiti e non soltanto lanci di ipotesi come sta accadendo ormai da un anno.
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11.mag.2009 at 11 | Be the first to comments
All’interno del “Rapporto Italia 2009″ l’Eurispes  è ritornata sulle ipotesi di nuove centrali nucleari da costruirsi in Italia.  I risultati sono abbastanza disarmanti per i ministri del  governo guidato da Silvio Berlusconi e dai quali dipende il rilancio del nucleare. L’anno scorso, nel momento di massima impennata del prezzo del petrolio era stata giocata la carta nucleare come scelta fondamentale per sottrarsi, almeno per la produzione di energia elettrica, dallo strapotere degli idrocarburi. Già allora, secondo una indagine di Mopambiente ( progetto che fa capo a  alla  RISL, società di Relazioni Istituzionali e Studi Legislativi) la propensione degli italiani al nucleare, sia pure di terza generazione, non era altissima anche se sfiorava il  46,8 per cento. A un anno di distanza il sondaggio Eurispes segnala una calo notevole tra i favorevoli alle centrali nucleari scesi al 38,7 per cento. Ma in realtà  questa quota andrebbe ridimensionata visto che ben l’8,2 dei favorevoli vincola il proprio “sì” a una condizione: basta che le centrali vengano costruite lontano della loro zona di residenza. Un dato che sottintende una maturazione sulla conoscenza degli effetti dell’atomo: al calo dei timori di eventi catastrofici, simili a quello di Cernobyil, si è sostituita la preoccupazione legata allo smaltimento dei rifiuti nucleari. In pratica l’atteggiamento più diffuso è stato: siamo convinti che il nucleare sia ancora una buona soluzione per la produzione di energia, ma prima risolviamo il problema di un sito nazionale sicuro per lo stoccaggio dei rifiuti. E qui casca l’asino. Dal 1980 ad oggi non si è fatto nessun passo avanti, nonostante gli sforzi messi in campo in particolare dall’Enea, per uscire dall’impasse. L’ultimo tentativo risale al 13 novembre del  2003 quando il presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, fece approvare dal Consiglio dei Ministri un decreto che indicava in Scanzano Jonico, in Basilicata, il sito nazionale nel quale accumulare le scorie delle centrali dismesse. Figurarsi oggi che in quel sito, già rifiutato e cancellato a furor di popolo, sarebbero destinati  i rifiuti delle nuove centrali berlusconiane. Questa volta il Presidente del Consiglio ha già messo le mani avanti ipotizzando che le nuove centrali italiane non sarebbero state installate sul territorio nazionale, ma sarebbero state acquistate, o costruite ex-novo, all’estero nei Paesi europei o in quelli del Nord Africa. Non può sfuggire a nessuno che si tratta soltanto di improvvisazioni prive di un serio contenuto visto che la costruzione dei nuovi impianti nucleari di proprietà italiana dovrebbero partire entro l’anno in corso.
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29.apr.2009 at 29 | Be the first to comments
Esattamente un mese fa la tedesca Siemens. l’italiana Angelantoni Industrie e l’Enea hann0 deciso di unire le rispettive capacità tecnologiche per affrontare con decisione lo sviluppo del solare termodinamico. Oggetto dell’intesa è l’avvio, entro la fine di quest’anno, di uno stabilimento per la produzione di tubi solari, i cosiddetti  “tubi ricevitori” che, con speciali tecnologie messe a punto dall’Enea, riusciranno a scaldare e a mantenere caldo al loro interno  un fluido di scambio costituito da sali fusi che permetteranno una temperatura di uscita del vapore generato dal campo solare molto alta rispetto a quella degli impianti tradizionali messi in campo fino ad oggi (550°C contro i 380°C ). In più i tubi ricevitori manterranno il calore anche nei momenti di carenza del sole o nelle ore notturne. Si tratta di un passo in avanti del progetto Archimede, annunciato nell’aprile del 2007, per una centrale solare termodinamica da costruire a Priolo Gargallo, nella piana di Siracusa.  Secondo Siemens ( che entrerà nella Archimede Solar Energy Spa con una partecipazione del 28%) entro il 2015 il mercato di questo tipo di impianti farà segnare una crescita a due cifre anno su anno, per un valore complessivo di oltre 10 miliardi di euro. Stranamente il lancio dell’operazione non è stato accompagnato dalla solita  pioggia di commenti entusiasti. Trattandosi di  gente del mestiere  forse non hanno voluto enfatizzare oltre il dovuto quanto in realtà si riesce ad ottenere, almeno fino ad oggi, in questo particolare settore tecnologico delle rinnovabili. Il progetto Archimede prevedeva, infatti, una centrale  con una potenza installata di 5 megawatt elettrici.  Per  sgombrare il campo da  facili illusioni, occorre dire che una centrale elettrica da 5 megawatt  è poca cosa e può essere ritenuta, comunque, sperimentale. La stazza di un  impianto di generazione, per avere un reale peso energetico a livello industriale, viaggia attorno ai 1000 megawatt di potenza installata. E qui casca l’asino. Proprio l’Enea  in suo studio sulle rinnovabili ha sottolineato come per avere una centrale solare  da 1000 megawatt, sia pure con la migliore tecnologia esistente, occorrono, prima ancora “tubi ricevitori” ad alta tecnologia, una distesa di specchi parabolici che catturino l’energia del sole. Ma in questo caso  le superfici da ricoprire sono enormi. Sempre Enea ha calcolato (ma nessuno vi ha prestato attenzione>) che occorrerebbe una distesa di specchi pari a 100 chilometri quadrati, vale a dire uno  spazio a disposizione gigantesco, difficilmente reperibile in Italia e, soprattutto, impensabile in Sicilia. Non per nulla la Siemens è entrata nella fase industriale dei componenti, ma si è ben guardata dal suonare la fanfara per una imminente gigantesca centrale.
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26.apr.2009 at 26 | Be the first to comments
Troppo presto per dirlo, dato che l’avvio dell’impianto, inaugurato da Berlusconi in primavera, avverrà soltanto in autunno. Nel frattempo conviene non farsi troppe illusioni sulle sue reali capacità , oltre che per la distruzione dei rifiuti anche per la salvaguardia dell’ambiente dalle emissioni di gas nocivi.  I dubbi sono venuti al responsabile Ambiente  dell’ASI Napoli 1 durante un incontro con liceali della zona.  Pio Russo Krauss parlando con gli studenti si è sentito dire da uno di loro: “Ora le cose sono cambiate. L’inceneritore di Acerra, come ha detto Berlusconi e hanno riportato anche i giornali, inquinerà l’aria come tre auto di media cilindrata”. Russo Krauss è rimasto allibito da tanta certezza e ha cercato una risposta scientifica. Di fronte ai ragazzi (come scrive  a Repubblica con una lettera pubblicata giovedì 23 aprile dal quotidiano) ha preso  dal sito del Ministero dell’Ambiente e dal sito del Commissariato Rifiuti della Campania i dati ufficiali delle emissioni in atmosfera previste dall’inceneritore in questione. Eccoli: non inquina come tre automobili di media cilindrata, ma come 115.702 auto per quanto riguarda la CO2, come 61.000 per quando riguarda gli ossidi di azoto, come 27.000 per quanto riguarda le polveri e come 562 auto per quanto riguarda il monossido di carbonio. Non è ancora stata superata la mala abitudine di sparare cifre  fuori controllo, magari furbescamente suggerire al Presidente del Consiglio dai suoi consulenti, o riprese senza alcuna verifica dai giornali?
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15.apr.2009 at 15 | Be the first to comments
Ci sono voluti quasi trent’anni per raggiungere una comune consapevolezza sia tra politici che cittadini: l’Italia energetica è ormai sotto ricatto. E lo è su tutto il fronte degli approvvigionamenti energetici.Un aumento improvviso e duraturo del prezzo del petrolio fa intravedere, a ripetizione, il conto salato che ogni italiano deve pagare in più per mantenere la sua mobilità ..
continua..
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6.apr.2009 at 6 | Be the first to comments
Il Pen del 1981 era un buon piano che si basava su quattro scelte di fonti energetiche necessarie ad un Paese industrializzato in piena espansione come era l’Italia di allora:
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rilancio del nucleare entrato in crisi negli anni settanta
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utilizzo massiccio del carbone al posto dell’olio combustibile
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ricorso moderato al metano, come fonte pulita, nel sostituire l’olio nelle centrali elettriche
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apertura alle fonti cosiddette rinnovabili come sole e vento
Continua
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